Contro l’incuria che dissolve il bel paese serve la manutenzione

CONTRO L’INCURIA CHE DISSOLVE IL BEL PAESE

SERVE LA MANUTENZIONE DELL’ORDINARIO

(ECO – anno IV – N. 3 • Dicembre 2002)

di GIAMPAOLO PANSA

1 fotoPansa SoleFernanda

Ve lo ricordate il Silvio Berlusconi all’antivigilia dell’ultima campagna elettorale, nello show televisivo di Bruno Vespa? No, non parlo del Berlusca che firmava in diretta il “Contratto con gli italiani”. Parlo del Cavaliere davanti alla lavagna, intento a illustrare tutte le opere pubbliche che avrebbe costruito, o avviato alla costruzione, nel corso della successiva legislatura, dopo l’immancabile vittoria, nei cinque anni dal 2001 al 2006.

 

Quella sera, il 18 dicembre 2000, Silvio Mandrake riuscì a esprimere al massimo la sua formidabile vocazione per l’illusionismo. Armato di pennarello blu, cominciò a vergare su infiniti tabelloni le infinite meraviglie del paradiso infra-strutturale che avrebbe regalato agli italiani nel suo regime. Autostrade. Bretelle.

Pedemontane. Pedecollinari. Varianti di valico. Ferrovie. Direttissime. Alte e medie velocità. Trafori alpini e tunnel appenninici. Autostrade del mare. Porti marini e fluviali. Metropolitane a gogò. Rinnovo dei bacini.

Riassetto idrogeologico per qualsiasi corso d’acqua. Reti idriche nuove e dovunque, al fine di dar da bere a tutti gli assetati del territorio italico. E in cima a questo insieme di miracoli, svettante e come già costruito, il colosso del ponte sullo stretto di Messina. Una trovata surreale e indimenticabile. Lo stesso Vespa sembrava gelato dall’imbarazzo. Ad un tratto, con un ghignetto, si sporse per chiedere: “Ma quanti secoli ci vogliono, presidente, per fare tutta questa roba?” E il mago Berlusca, fervoroso, rispose: “Secoli? Ci vogliono solo dieci anni. Ma alcune opere posso terminarle in una legislatura”. Il giorno successivo ci fu un po’di polemica, poi la faccenda svaporò. Immagino che una parte dei telespettatori abbia alzato le spalle, infastidita, pensando di aver assistito al provino del prossimo film elettorale. Ma è possibile che qualcuno abbia detto fra sé e sé: però, che programma!, speriamo che qualcosa il Cavaliere riesca a costruirla! A distanza di un anno e mezzo, lo show di Berlusconi davanti alle mappe delle nuove opere italiane si è rivelata un bluff grottesco. Niente di quello che lui aveva promesso è stato costruito. E credo che ben poco sia stato avviato. Il governo di centrodestra si è impantanato nelle tante paludi che conosciamo. E poi mancano i quattrini. Lo stesso inossidabile Giulio Tremonti ha esclamato: “Se avessi saputo di dover fare il ministro dell’Economia di un paese senza soldi, non ci avrei neppure provato!”. Ecco la semplice, nuda verità: l’Italia non ha il denaro per costruire nessuna grande opera pubblica. Tanto meno un’opera fantascientifica come il Ponte sullo Stretto di Messina. E tuttavia Berlusconi e i suoi ministri seguitano a fingere di credere nei loro sogni. Come il povero straziato dalla fame, che ogni giorno immagina di farsi delle fantastiche abbuffate. In questo modo di procedere, bisogna dirlo, il governo in carica non fa che imitare e peggiorare i vizi degli ultimi governi italiani, compresi quelli di centrosinistra. Parlo del vizio di promettere grandi cose e di trascurare le piccole, più utili e più possibili.

Che cosa intendo per “piccole cose”? Intendo l’ordinaria manutenzione di quello che già esiste, in fatto di strade, di ponti, di viadotti e in genere di costruzioni pubbliche. Potrei anche chiamarla, rovesciando i termini, la manutenzione dell’ordinario, di un patrimonio che rischia di dissolversi per l’incuria di chi dovrebbe conservarlo.

1 fotoPansa Fulmine

Qualche sera fa ho visto in tivù, a “Striscia la notizia”, le condizioni orribili di due istituti superiori del Sud. E ho pensato al mio vecchio preside di liceo che si sarebbe indebitato sino al collo pur di non avere una scuola in quelle condizioni di abbandono nauseante. Chi vive a Roma sa che le strade della capitale sono trafitte da migliaia di buche, che i tombini non vengono mai puliti, che i viali, anche del centro, sono ricoperti di un tappeto di foglie marce che nessuno raccoglie. Se ne preoccupa il sindaco dell’Ulivo, Walter Veltroni? Direi proprio di no.

Avete mai provato a viaggiare sulle ferrovie secondarie, ossia su tutte quelle che non collegano Roma con Milano? E su le linee del Mezzogiorno? E Sull’Autostrada del Sole? E non parlo soltanto del tratto appenninico tra Firenze e Bologna. Avete mai visitato certi ospedali di città non secondarie? O certe scuole? Un anno fa, sull’”Espresso”, avevamo pubblicato un’inchiesta su cento istituti scolastici, quasi tutti in condizioni terrificanti. L’ho riletta dopo il crollo della scuola di San Giuliano di Puglia. E mi sono domandato quale assemblea di santi in paradiso abbia evitato, sino ad oggi, altri crolli e tante altre vittime.

Da un po’ di tempo penso, e non da solo, che l’Italia stia declinando. Ossia che abbia imboccato una strada in discesa e senza ritorno che la condurrà nel pozzo delle nazioni di serie B o di serie C.

Le ragioni sono tante. E la prima fra tante è che siamo un paese invecchiato, zeppo di anziani come il sottoscritto, dove non si fanno più figli e dove la fantasia e la fatica di inventare e di costruire cose nuove vanno scomparendo. Il guaio è che non sappiamo neppure essere come certe famiglie non più giovani che hanno cura di quello che sono riuscite a creare nel tempo: una casa, un giardino, un podere. Abbiamo deciso di andare in malora con tutto quello che abbiamo. Tra un po’ di tempo, anche le nostre città d’arte cadranno a pezzi.

E noi ci ritroveremo da soli a contemplare le oscene scritte dei graffitari sui ruderi di quello che un, un tempo, fu il Bel Paese.

Allora proveremo ad andare ai giardinetti, come tutti i pensionati, ma li troveremo invasi dalle erbacce, con le panchine sfasciate e i viali coperti di siringhe. Se avremo ancora un po’ di soldi, scapperemo al mare e lo scopriremo nero per il petrolio uscito da qualche carretta che s’è spezzata. A quel punto, chi ha ancora le gambe per farlo tenterà di fuggire in montagna. Ma non ci arriverà mai, perché troverà le autostrade intasate da colonne di veicoli fermi. E tutti con i motori accesi, perché “se l’aria non è inquinata che aria è?”, come ci spiegherà l’ultimo spot televisivo a cura di qualche Presidenza del Consiglio.

GIAMPAOLO PANSA

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