Dalle piazze piene una forza per i valori del Centrosinistra

DALLE  PIAZZE  PIENE   UNA  FORZA

PER  I  VALORI  DEL  CENTROSINISTRA

(ECO anno IV – N. 1 • Ottobre 2002)
Movimenti: un anno di piazze piene in Italia. Da Genova a Moretti passando per Cofferati, abbiamo chiesto a due protagonisti la loro valutazione: Nando Dalla Chiesa, senatore dell’Ulivo, e Fausto Bordini, militante verde e organizzatore di pullman per ogni tipo di manifestazione

 

di NANDO DALLA CHIESA

Ci avevano detto che la gente non si mobilita più per gli ideali. Il portafoglio, caro mio, il portafoglio ci vuole. Per dire che solo se colpiti nei propri immediati e diretti interessi i cittadini sarebbero stati disposti a scendere in piazza. Invano ricordavi i tanti movimenti collettivi studiati o vissuti in prima fila, nati da una scelta di valore, da un ideale, da un’utopia. Il Sessantotto, i diritti civili, il movimento antimafia, quello contro la corruzione, l’ambientalismo, la pace. Sembrava che il realismo berlusconiano avesse fatto definitivamente breccia nelle nostre strutture mentali. Quale conflitto d’interesse, quali rogatorie? Non importano a nessuno, si asseverava. Poi abbiamo imparato (e non deve sembrare affermazione esagerata) che c’era chi, in fondo, anche nel nostro campo desiderava che l’argomento non interessasse. Per farne “arcana imperi”, materia di libera contrattazione nelle segrete stanze del potere.

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La prima scossa alle nuove convenzioni è arrivata proprio a ridosso della formazione del governo Berlusconi. Il G8 a Genova ha rotto in modo impensabile il clima di materialismo deteriore posatosi come una coltre di neve sui cuori del centrosinistra. L’utopia generosa e altruista ha mostrato la sua forza. Il mondo, i poveri e i ricchi, i destini per nulla ineluttabili dell’umanità, la morte per fame e sete e malattia. Nessun portafoglio, dietro quella domanda di senso. Ma una profondità ideale che a cicli la storia assume e riassume a proprio motore. La frattura, anzi, è diventata sconvolgente di fronte alla violenza simbolica della repressione. Ognuno è stato costretto a ripensare qualcosa. L’opinione pubblica ma soprattutto la politica, che da quelle tre giornate genovesi era stata per vari motivi quasi del tutto assente. Eppure si era fatta largo l’idea che quella fosse l’eccezione. Così, astutamente, la teoria “materialista” aveva subito prodotto il proprio aggiustamento. Certo, l’utopia rivoluzionaria rinasce continuamente e gioca ancora un ruolo. Ma tra lei e il portafoglio c’è un vuoto incolmabile. Dove e come si muovono i cittadini che non cercano le palingenesi e vorrebbero solo il rispetto delle essenziali regole di civiltà e libertà? Chi li vede, chi li ha visti? Intanto presero a muoversi in parallelo due grandi filoni. Quello dei diritti dei lavoratori e quello delle grandi regole civili, la giustizia e l’informazione soprattutto. E da piazza Navona (febbraio, solo otto mesi fa) è stato un crescendo straordinario di mobilitazioni, fino all’ultimo 14 settembre. Mobilitazioni di Ulivo o di movimenti, di comitati di parlamentari e di riviste, di girotondi o di sindacati. Cifre di partecipazione impensabili fino alla fine del 2001, quando il sindacato teneva le manifestazioni per i propri scioperi dentro i teatri. Seicentomila, tre milioni, ottocentomila, giusto per citarne alcune, e sempre con la stampa pronta a ratificare – di fronte a una manifestazione singola con migliaia di partecipanti – che i movimenti “sono in crisi” o addirittura “sono morti”. No, non c’è bisogno di pensare solo al portafogli. Certo, sul portafogli non può barare nessuno; su quello non c’è straccio di propaganda televisiva che possa cambiare le carte in tavola. L’inflazione, l’ammontare vero delle pensioni, i costi della salute, l’accesso all’istruzione. Tutto questo non ha ancora espresso nemmeno un’unghia delle contraddizioni sociali che gli sono implicite. E anche queste materie, peraltro, non hanno certo andamenti ed effetti disgiunti dalle scelte di valore di ciascun cittadino. Il grande movimento del 2002 ha insomma un antecedente di grande significato (Genova) e promette di non chiudersi nei confini delle vicende politiche odierne, Cirami o Tremonti che siano. L’arroganza materialista della “nuova razza di governo”, il suo disprezzo per i valori costitutivi della nostra civiltà, sta infatti liberando un’ondata culturale e politica che ha a suo fondamento un grande grappolo di valori. Perché non fare di essi la forte e vitale carta d’identità del futuro centrosinistra anziché stilare dettagliati ed esangui programmi di governo da stravolgere successivamente in omaggio all’idea (già fallita) che possa esistere un “riformismo senza popolo”? Magari con l’alibi che alle gente “non gliene frega niente”? Anche questa potrebbe essere una riflessione da mettere all’ordine del giorno, ora che l’autunno annuncia nuovi conflitti e nuove domande: il rapporto tra cultura di governo e cultura democratica, tra riformismo e partecipazione.

NANDO DALLA CHIESA

DA GENOVA A ROMA PASSANDO PER ASSISI

IL RISVEGLIO DI UN POPOLO DAL TORPORE DEL BENESSERE

 

di FAUSTO BORDINI

Quando a Seattle i potenti dell’economia mondiale si ritrovarono per spartirsi i mercati del mondo e porre le basi per la definitiva globalizzazione della finanza, ottantamila persone, al di fuori ed in opposizione ai due classici schieramenti politici americani, si riversarono in strada chiedendo un mondo diverso, più attento all’ambiente, ai diritti dei lavoratori, alla salute, alla giustizia globale, alle tante povertà del mondo ed alla pace: valori troppo spesso calpestati nel nome del progresso e dell’economia. La globalizzazione, i mercati e la finanza, riconosciuti dai governi occidentali come totem da adorare, venivano additate e bloccate nel giorno della loro consacrazione, nella loro amata madre America, da un determinato manipolo di pazzi che con le loro tartarughe colorate e le balene giganti ridicolizzavano e fermavano i potenti. C’era qualcosa di grande in quei giorni, qualcosa che si sarebbe ripetuto nei mesi a venire in tutto il mondo. Migliaia di persone (divenute presto milioni) hanno sentito il bisogno di scendere in piazza perché non si sentivano rappresentate dagli organismi internazionali, dai governi e dai partiti, spesso latitanti nella conservazione dei diritti sociali ed ambientali dei popoli. C’era la consapevolezza, la voglia e la determinazione di farcela: a nulla sono servite le repressioni poliziesche, gli arresti di massa ed il tentativo di criminalizzare i dimostranti. Era inevitabile partire da Seattle per descrivere le imponenti manifestazioni di Genova, Assisi, Roma e poi ancora Roma. In strada sono scesi i no global (o meglio i new global), i pacifisti di Assisi, i sindacati ed infine i girotondini. Berlusconi sostiene che la sinistra ha creato una sorta di militanti ambulanti da spostare a piacimento nelle varie piazze d’Italia. Ma sbaglia. E sbaglia almeno due volte. La prima volta sbaglia quando dice che è la sinistra, intendendola come i partiti che si ritrovano nell’Ulivo ed in Rifondazione, ad aver portato in piazza i militanti. Il premier, evidentemente troppo impegnato a catalogare tutti i suoi oppositori con lo stesso cartellino di «comunista», ignora o finge di ignorare che in tutte queste manifestazioni i partiti di sinistra hanno giocato un ruolo marginale e, in alcuni casi, conflittuale con i manifestanti. La seconda volta sbaglia quando afferma che sono sempre i soliti a scendere in piazza: differenti sono i temi, le sensibilità, i leader e le modalità di espressione di questi variopinti nuovi contestatori. Tutti però sono legati dallo stesso bisogno di muoversi in prima persona per cambiare il “mondo”. Berlusconi fugge il confronto sui contenuti e banalizza le mobilitazioni perché sa benissimo che questi movimenti di insurrezione pacifica popolare stanno rinforzando l’opposizione al suo Governo. Cerca di ricondurli ai partiti che ha già battuto alle recenti elezioni per accostarli ad un modello vecchio e perdente. Sa benissimo che l’opposizione non è più solo parlamentare ma è divenuta diffusa nel Paese. Sa che non dovrà più confrontarsi solo con i partiti ma dovrà rendere conto del suo operato anche a migliaia, anzi milioni, di cittadini indipendenti che, delusi dal centrosinistra, lo avevano votato ed ora lo contestano. Ha finalmente capito che il centrosinistra italiano non è solo quell’aggregato rissoso ed autoreferenziale di partiti che lo hanno sfidato, ma un profondo sentimento ed un insieme ricco ed eterogeneo di culture che si stanno riorganizzando nella società. Se Berlusconi ha di che preoccuparsi, non può certo gongolare il centrosinistra perché la delega ai partiti è stata sospesa: troppe volte delusi dai politici e dai dirigenti di turno delle segreterie, gli elettori hanno capito che è giunto il momento di impegnarsi in prima persona. Se ottantamila persone, senza partiti (ad eccezione dei Verdi americani), sono riuscite a bloccare il vertice-farsa-spettacolo dell’organizzazione mondiale del commercio, il più potente motore dell’economia del pianeta, i milioni di italiani che sono scesi in piazza in quest’ultimo anno possono avere la forza per cambiare il destino del nostro Paese. L’auspicio è che si riesca a costruire un progetto comune e condiviso da tutte le anime che hanno risvegliato il Paese: questa è la sfida che il centrosinistra deve vincere nei prossimi anni se vorrà tornare a governare l’Italia.

FAUSTO BORDINI

 

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